martedì 15 gennaio 2008

Da L'Arena di martedì 15 gennaio 2008


DRAMMA DELLA SOLITUDINE. Un centinaio di persone al funerale della donna ritrovata priva di vita in un appartamento di Veronetta a tre mesi dal decesso «Questa morte insegni a non vivere nella paura» Forte appello del parroco di San Tomaso a non anteporre la «sicurezza» all’attenzione ai bisognosi Ci sono ancora(!) dei profeti nella nostra Chiesa Veronese !!!

da l'Arena di oggi

Ci sono molte più persone di quante ne avesse mai frequentato in vita sua all’ultimo addio di Maria Cialich, la cinquantunenne veronese, figlia di un’esule istriana, trovata morta nel suo appartamento a tre mesi dal decesso. All’inizio del rito funebre, nella chiesa di San Tomaso, se ne radunano una sessantina. E non sono solo «pie donne», come ci si aspetterebbe, anche se la componente femminile è prevalente, perché ci sono pure molti uomini e alcuni giovani. La cerimonia è accompagnata dal suono dell’organo sul quale suonò Wolfgang Amadeus Mozart. Chissà se l’avrebbe mai immaginato la Cialich? Chissà se avrebbe mai pensato, lei che era tutta sola al funerale della madre, come ricorda monsignor Carlo Vinco, di avere così tanta gente dietro la sua di bara? Ci sono anche le rappresentanti dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, guidate dalla presidente Francesca Briani, che vogliono essere vicine a colei che sentono come una sorella d’esilio, pur non risultando iscritta, e le dedicano un ricordo ai piedi dell’altare. L’omelia di don Vinco interroga le coscienze. Come è possibile che nel cuore di un quartiere ancora vivo e ricco di relazioni, quale Veronetta, non ci si accorga per così tanto tempo della morte di una persona e della sofferenza che l’ha preceduta? Come può succedere che in pochi mesi tre donne abbiano subito la stessa sorte di una tardiva scoperta del decesso? «Segni delle fatiche, delle disattenzioni, delle povertà del nostro spirito», li chiama. Ricorda la prima visita alla Cialich e alla madre, una decina d’anni fa, quando ancora vivevano nella soffitta sopra il loro appartamento, in una condizione di povertà e di estrema solitudine, chiuse nel loro rapporto forse un po’ patologico. Ne cita la mitezza di «donna povera, che ha conosciuto l’afflizione, pura di cuore, che aveva fame e sete di giustizia perché la giustizia vera non l’ha mai conosciuta, schiva e timida, che persino in chiesa veniva da sola, di una dolcezza interiore che l’ha resa forse persino vittima della sua mitezza». C’è amarezza quando ammette che persino la Chiesa non ha più il polso delle situazioni nei quartieri, perché sono cambiati, perché le reti di relazioni si sono sfilacciate. «Ci sfuggiamo reciprocamente», denuncia, «spesso per un malinteso senso del rispetto reciproco che nel momento della sofferenza diventa falso rispetto e perché ci sembra la nostra vita sia già sufficiente a se stessa». E arriva l’invito alla riflessione, rivolto anche alle autorità presenti, sull’eccessiva enfasi che è stata data al «bisogno di sicurezza». «Prima che di sicurezza», scandisce con pacatezza, «dobbiamo parlare di fraternità, di bisogno di relazioni. ci sono paure che quando diventano eccessive ci pongono nella direzione di non riconoscerci, o vengono gonfiate o anche solo evidenziate ci mettono nella condizione psicologica di chiudere la porta e talvolta anche il nostro cuore. La fede ci dice invece che dobbiamo aver fiducia di chi ci è accanto e che essere chiesa vuol dire prima di tutto sentirsi fratelli. La morte di Maria ci insegna che la parola prima non è la paura, neanche delle situazioni difficili, ma la fiducia. Nell’altro e in noi noi stessi, nelle nostre capacità di dare all’altro quello che all’altro serve. È inutile contare solo sull'efficienza delle istituzioni», conclude, «la prima efficienza passa da uno sguardo, da un saluto, da una stretta di mano, dallo stupirci che ci siano vicino a noi delle sofferenze che non è giusto che ci siano». Intanto la chiesa si va riempiendo. Sono forse più di un centinaio i presenti. Quasi nessuno conosceva prima Maria, ma sono qui perché toccati nel cuore dalla sua fine.
C’è speranza se questo accade ancora

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